Nella foto di Parigi, Giorgia Meloni non c’è, ma non se ne cruccia. Accanto agli altri big Ue – da Starmer a Merz a von der Leyen, oltre al padrone di casa Macron – sfila Antonio Tajani. La premier l’aveva detto pubblicamente al summit Nato di Ankara: «Al sesto vertice in tre settimane e mezzo passo». In privato, è stata ancora più esplicita: «Ne ho fatti fin troppi». E ovviamente «non cambia» il posizionamento su Kiev. Ma qualche segnale all’estero rimbalza.
Nella cerchia della presidente del consiglio da tempo si chiedono se questi vertici parigini – e questa frequenza – siano in fondo più utili alla causa ucraina o a quella personale di Emmanuel Macron. Con una spavalderia in più, visto che le elezioni francesi si avvicinano e l’attuale inquilino dell’Eliseo non si ricandiderà. Meloni, invece, sarà in pista. Dunque meglio concentrarsi sulle «priorità italiane» da qui alle elezioni, visto che manca meno di un anno alla primavera ‘27, l’orizzonte migliore, per i Fratelli d’Italia. Non a caso ieri Meloni, rinunciando alla Francia, è volata a Palermo a presiedere un comitato per l’ordine e la sicurezza. E oggi, dopo i funerali di Al Thani in Qatar, tornerà in tutta fretta a Roma per presiedere il Cdm sempre con la sicurezza in agenda.
Quanto alle iniziative discusse a Parigi, Meloni ha dato mandato a Tajani di aderire alla coalizione anti-missili balistici, «un passo verso la difesa europea», per il titolare degli Esteri. Passo poco impegnativo, più formale che sostanziale, per ora, si ragiona in ambienti vicini alla premier, perché gli investimenti concreti scarseggiano. Pure sull’addestramento dei soldati ucraini, Roma conferma di dare una mano, anche aumentando gli sforzi, ma senza mettere piede nel territorio di Kiev.
Così come è stato ribadito l’impegno nel contrasto alla flotta ombra russa: la Difesa continuerà a partecipare alle operazioni navali nazionali e a quelle europee Atlanta, Aspides e Irini, per condividere le informazioni. Mentre il Paese non aderirà, come noto, alla «forza multinazionale per l’Ucraina» che già prepara esercitazioni in Polonia in attesa del cessate il fuoco. Con un’aggiunta che assomiglia a una presa di distanza e che circola ai piani alti dell’esecutivo italiano: «Sarebbe meglio evitare iniziative che possano produrre rischi d’escalation», viste le difficoltà della leadership del Cremlino, che potrebbero portare alla tentazione di reazioni ancora più feroci. Solo Matteo Salvini, al governo, è invece convinto che la Russia «non sia una minaccia, lo è l’immigrazione clandestina».





