I patti, fin qui dichiarati, erano altri: confrontarsi sulle questioni che dividono l’alleanza progressista, in particolare la politica estera; scrivere, a partire da settembre, un programma di massima su cui poi sfidarsi ai gazebo per individuare il candidato premier della coalizione. Ma Giuseppe Conte non ci sta. E in un caldo pomeriggio agostano sceglie di ribaltare il tavolo, saltare ogni mediazione, scoprire il fianco più debole del campo largo: quello su cui le forze ora all’opposizione continuano a litigare anche in Parlamento. La stessa spina che tormenta — via Salvini — la maggioranza.
Il nodo Kiev? «Lo scioglieremo con le primarie, faremo decidere agli italiani», annuncia il leader del M5S a PiazzAsiago. «Se dovessi essere io vincente, il giorno dopo mi batterò in Europa per trovare una soluzione negoziale che tuteli al massimo gli interessi dell’Ucraina, che è il paese aggredito», precisa, forse consapevole di aver messo un dito negli occhi alla “testardamente unitaria” segretaria del Pd Elly Schlein. Tant’è che un attimo dopo prova a correggere il tiro: «Prima delle primarie fisseremo dei punti imprescindibili, non negoziabili». La segretaria dem vuol sostenere il piano di riarmo? «Questo è un punto dirimente che va chiarito», va in testacoda l’ex capo del governo giallorosso: «I punti dirimenti sono: difesa comune europea, sanità. Sulla svolta negoziale per l’Ucraina possiamo arrivarci tutti», sentenzia. Come se ad allontanare i due partiti fosse la trattativa di pace, che il Pd invoca da sempre, e non gli aiuti militari per consentire a Kiev di difendersi dai missili russi. Armi su cui i 5Stelle in aula seguiteranno a votare contro, ribadisce.
Ma ormai la frittata è fatta. Bruciata da un ulteriore appeasement nei confronti di Mosca. «Putin lo vuole il negoziato? Andiamoci a sedere, andiamo a vedere», propone Conte. «Di cosa avete paura voi che volete la guerra?», lancia la sfida. «Sono due mesi che l’Ue non ha ancora individuato un negoziatore, è mai possibile? Costa no, Merkel no. Andiamo a stanare Putin», insiste. Convinto che Zelensky abbia ormai imboccato il viale del tramonto: «Il popolo ucraino diserta, è stanco della guerra. Si deve andare al negoziato». Tutto e il contrario di tutto. Un cortocircuito che semina malumore fra i progressisti («Non si rende conto che così fa il gioco della destra?») e scatena gli avversari. Al punto da costringere il Nazareno, solitamente cauto, a suonare l’altolà: «Mi pare evidente che il campo progressista dovrà concentrarsi prima nella stesura di un programma condiviso e dopo nelle primarie», avverte il capo dell’Organizzazione Igor Taruffi. «Va da sé, infatti, che chi vincerà avrà l’onere e l’onore di guidare tutta la coalizione, non solo un singolo partito». Sottinteso: non decide Conte.
Non poteva fare altrimenti dinnanzi all’ira dei riformisti dem, che già con Lorenzo Guerini avevano definito l’Ucraina «una linea rossa invalicabile e non sacrificabile» sull’altare dell’alleanza. «Il Vannacci del campo largo si agita, promettendo un’agenda filorussa e giocando allo sfascio. Non ci riuscirà. Dovrà fare pippa. A meno che non punti di nuovo a un’alleanza gialloverde», aveva twittato sdegnato Filippo Sensi. Seguito da Lia Quartapelle: «Bene. Si prenda atto che c’è chi vuole rompere la coalizione. Su una materia per noi del più alto valore: il futuro e la sicurezza dell’Europa». Con il centrodestra pronto ad affondare: «Conte è libero di stare con l’aggressore e non con l’aggredito. Noi siamo con l’aggredito», aveva accusato Antonio Tajani, invitando il leader 5s a chiedere al Pd «se la pensa come lui». E Carlo Calenda a ironizzare: «Se il Pd esistesse ancora, dovrebbe sancire oggi la fine del campo largo o costringere questo populista opportunista a fare retromarcia. Ma faranno finta di nulla. Come sempre». Stavolta, però, è stato smentito.





