Sfruttare la crisi di Ceuta per tentare l’incasso a Bruxelles. E chiedere un’accelerata alla creazione dei centri per i rimpatri in paesi terzi, “modello Albania”, ma non a spese dei contribuenti italiani, come avviene per i costosissimi (e a lungo deserti) hub di Shëngjin e Gjadër. Il grosso della spesa finirebbe sul conto dell’Unione, passasse l’operazione. È questa una delle richieste che il governo italiano intende mettere sul tavolo martedì, alla riunione dei ministri dell’Interno convocata sull’onda della migrazione di massa, già largamente rientrata, nell’exclave spagnola a nord del Marocco. Giorgia Meloni sa di avere dalla sua la premier danese (e socialista) Mette Frederiksen. Spera che pure il cancelliere tedesco Friedrich Merz sia della partita.
Da Palazzo Chigi – e dai Conservatori europei – il pressing è forte. Poco era piaciuta la prudenza, in queste settimane, con cui il commissario europeo alle migrazioni, l’austriaco Magnus Brunner, stava trattando il progetto, pur contenuto nel nuovo patto migranti entrato in vigore lo scorso 12 giugno. Ecco, la speranza ora è che le vicende di Ceuta possano portare invece nella direzione opposta. A uno sprint. Riprendendo le trattative con 12 Paesi, rivelate un paio di mesi fa da Afp: discussioni preliminari avviate con Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia, Montenegro ed Etiopia. Se la proposta avanzerà davvero, s’inizierà a capire domani, alla riunione degli ambasciatori Ue, a cui per l’Italia parteciperà Vincenzo Celeste.
A Palazzo Chigi sono convinti che una maggioranza ci sia, su questi punti. Prova ne sarebbe la lettera firmata ieri da 22 capi di Stato e di governo dell’Unione, caldeggiata da Meloni. Manca un big dell’Europa, come la Francia. Ma più fonti di governo non si mostrano troppo seccate: «La gran parte dei governi condivide l’impostazione italiana». E Macron non ha mai voluto entrare nel «gruppo di amici» in tema di migrazioni, che si riunisce prima dei summit brussellesi. Dunque, è la narrazione, sarebbe semmai il francese «ad essere isolato». A dirla tutta anche il cancelliere tedesco Merz aveva sposato toni molto diversi da quelli di Meloni, mentre la crisi di Ceuta era in pieno svolgimento. Però ha firmato la lettera, che infatti contiene passaggi più sfumati, dopo un lavorio sottotraccia delle diplomazie: non ci sono stati contatti diretti, dicono dalla cerchia della premier.
A sentire la presidente del Consiglio, «le immagini di Ceuta hanno mostrato quanto sia urgente una risposta europea». E la lettera dei 22 di ieri sarebbe il «segnale» che la linea italiana è «condivisa da un numero sempre maggiore di nazioni», come ripeteva pure la sorella Arianna dalla Puglia. C’è solo un passaggio meno ruvido dei giorni scorsi verso la Spagna, mai citata: «La difesa delle frontiere esterne dell’Unione non è interesse di una nazione, è responsabilità comune dell’Europa». Antonio Tajani posta invece un un video del ‘97 di Berlusconi in lacrime davanti ai migranti albanesi, per sostenere che serve una migrazione «regolare e integrata».
Restano le conseguenze pratiche del blocco di Schengen, il rischio di disagi agli aeroporti, di cui discutono anche le forze di polizia. Tanto che ai piani alti del governo c’è chi avanza questa ipotesi: che lo stop al trattato non rimanga in vigore un mese, come ipotizzato. Ma molto meno. Anche perché le esigenze legate a Ceuta sono di fatto già cessate. Il problema semmai è un altro, argomento che ha fatto presa per convincere a firmare la lettera molti governi del Nord Europa: la regolarizzazione dei migranti in Spagna, decisa da Sánchez, ha in teoria il tetto di 500mila permessi, ma le richieste da processare sono almeno il doppio. Il rischio paventato è che le maglie si allarghino e che molti stranieri possano poi trasferirsi altrove.





