LA TRAGEDIA Muore a 13 anni il bambino in coma da 9 anni per il formaggio crudo contaminato

Per nove anni il suo cuore ha continuato a battere, mentre il resto della sua vita si era fermato in una notte di giugno del 2017. Oggi Mattia Maestri è morto. Aveva 13 anni. Da quando ne aveva quattro viveva in stato vegetativo irreversibile, conseguenza di una grave infezione da Escherichia coli contratta dopo aver mangiato un formaggio a latte crudo contaminato. Ad annunciare la sua scomparsa è stato il padre, Giovanni Battista Maestri: “Il nostro Mattia ci ha lasciato e a nome suo vi ringrazio per aver contribuito a rendere meno dolorosa la sua scomparsa”. In questi anni la famiglia ha trasformato il proprio dramma in una battaglia civile e giudiziaria, chiedendo regole più severe per la tutela dei bambini e una corretta informazione sui rischi dei formaggi a latte non pastorizzato.

La storia drammatica
La storia di Mattia comincia il 4 giugno 2017. Il giorno prima la madre aveva acquistato alcuni prodotti al Caseificio sociale di Coredo, in Trentino. Tra questi c’era il “Due Laghi”, il formaggio preferito del bambino. La famiglia non sapeva che quel prodotto veniva realizzato anche con latte crudo e, come ha raccontato il padre in un’intervista a Repubblica, era addirittura pubblicizzato come adatto alla merenda dei bambini. Poche ore dopo averlo mangiato, Mattia viene colpito da violenti crampi addominali. Ricoverato prima all’ospedale di Cles e poi trasferito a Trento, viene sottoposto a un intervento per una sospetta appendicite. Ma il suo quadro clinico peggiora rapidamente. Arrivato all’ospedale di Padova entra in coma. Da quel momento non si risveglierà più.

Quaranta crisi epilettiche al giorno
“Mamma, papà, vedo i mostri”. Sono le ultime parole pronunciate dal bambino prima di perdere conoscenza, ha raccontato il padre a Repubblica. Da allora Mattia non ha più parlato, non ha più visto né riconosciuto i familiari. Respirava autonomamente ma veniva alimentato attraverso una gastrostomia, soffriva fino a quaranta crisi epilettiche al giorno e assumeva decine di farmaci. “Mattia non vive, Mattia è morto nel 2017”, aveva detto il padre al quotidiano pochi mesi dopo la sentenza definitiva della Cassazione. Le indagini hanno accertato che il formaggio era contaminato da Escherichia coli produttore di Shigatossina. Secondo gli accertamenti tecnici, il batterio era presente a causa di gravi carenze igieniche durante la lavorazione e il prodotto era stato commercializzato prima del completamento del periodo minimo di stagionatura, quando la maturazione avrebbe potuto ridurre il rischio microbiologico.

La Sindrome emolitico uremica
L’infezione provocò la Sindrome emolitico uremica (SEU), la più grave complicanza dell’Escherichia coli produttore di Shigatossina. Si tratta di una malattia rara ma potenzialmente devastante, che colpisce soprattutto i bambini piccoli e può causare insufficienza renale acuta, danni neurologici permanenti e, nei casi più gravi, la morte. Nel 2024 in Italia sono stati registrati 57 casi, 54 dei quali in minori di 15 anni.

La sentenza della Cassazione
Sul piano giudiziario, la vicenda ha segnato un precedente importante. Dopo le condanne nei primi due gradi di giudizio, nel marzo 2025 la Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva le responsabilità dell’ex presidente del Caseificio sociale di Coredo, Lorenzo Biasi, e del casaro Gianluca Fornasari per lesioni gravissime. I giudici hanno riconosciuto il nesso causale tra quel formaggio contaminato e la malattia del bambino, un risultato che gli avvocati della famiglia hanno definito senza precedenti.

Ma Giovanni Battista Maestri non ha limitato la sua battaglia alle aule di tribunale. Ha rifiutato di considerare la vicenda una questione economica, ha pubblicato un libro dedicato ai rischi dei formaggi a latte non pastorizzato e ha chiesto una legge nazionale che imponga etichette di avvertimento per i prodotti a media e bassa stagionatura destinati ai consumatori più fragili. «Non ce l’ho fatta a salvare il mio bambino ma ne salverò tanti altri», aveva dichiarato a Repubblica. Una campagna che oggi, nel giorno della morte di Mattia, assume un significato ancora più forte.

 

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