La guerriglia in pieno centro a Bologna dopo la manifestazione in piazza per la morte di Abderrahim Fakir diventa terreno di scontro politico. Con il sindaco Matteo Lepore messo sotto accusa dal centrodestra: è un fuoco di fila coordinato con Lega e FdI che presentano esposti e chiedono le sue dimissioni per “aver chiamato la piazza” a reclamare verità e giustizia. “Ha provocato l’occasione per attacchi alle forze dell’ordine”, “ha delegittimato le divise” il mantra. E’ la premier Giorgia Meloni a intervenire in mattinata sui social: “Quanto accaduto a Bologna è inaccettabile. Sul decesso di Abderrahim Fakir è doveroso che vengano accertate eventuali responsabilità con il massimo rigore. La verità va ricercata fino in fondo, senza pregiudizi e senza sconti per nessuno. Ma nulla può giustificare la violenza contro le forze dell’ordine”.
E ancora: “Chi ha scelto di usare questa vicenda come pretesto per mettere a ferro e fuoco la città, aggredire gli agenti e seminare violenza, mettendo a rischio anche l’incolumità di cittadini del tutto estranei ai disordini, non cercava la verità: cercava lo scontro”. Nel pomeriggio, a distanza, il sindaco Lepore replica a Meloni: “Chiedere verità e giustizia non significa delegittimare chi indossa una divisa. Al contrario, restare nel merito di ciò che è accaduto al Pilastro e accertare le responsabilità sui fatti della scorsa domenica serve a preservare la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni dello Stato”.
Lepore rivendica la piazza: “Se non avessimo fatto quel presidio, la voce della famiglia non ci sarebbe e ci sarebbe, come avviene oggi sui social, l’accusa alla persona morta di essere un criminale e a quella famiglia di essere immigrati”. “C’erano migliaia di persone che si sono incontrate pacificamente e spontaneamente, per esprimere la loro vicinanza alla famiglia di Abderrahim Fakir – scrive il sindaco in una lettera aperta alla città – gli scontri, invece, non rappresentano Bologna. Chi pensa di rispondere alla violenza con la violenza si chiama fuori dallo stato di diritto. E dunque si chiama fuori dalla nostra comunità democratica”.
Dagli scontri prende le distanze in modo netto la famiglia di Fakir. “Quelli che si stanno comportando in modo criminale a Bologna sono amici di chi sta tentando di negare verità e giustizia per Fakir”, dice il loro legale Fabio Anselmo. “Gli scontri e gli atti vandalici seguiti alla conclusione del presidio non hanno nulla a che fare con una richiesta di giustizia, ma sono solo l’ennesimo pretesto per una notte di violenza” stigmatizza il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale . “Così come sono inaccettabili gli attacchi generalizzati alle forze dell’ordine e ai sanitari, a cui va la nostra solidarietà – sottolinea – Accertare fino in fondo i fatti, fare piena luce su quanto accaduto in tutte le fasi e far sì che sia garantita legalità e giustizia, in questo caso e sempre”.
La Lega: “I manifestanti paghino i danni”
“Far pagare i danni a chi organizza le manifestazioni”. La Lega, dicono fonti interne, è pronta a rilanciare la sua proposta di cauzione per chi organizza cortei e manifestazioni di piazza: chi rompe, paga. Quanto accaduto a Bologna dimostra quanto questa misura sia necessaria. Con la speranza che non ci siano i veti che, nel recente passato, ne hanno impedito l’approvazione”.
Esposto contro il sindaco
Nel frattempo in città il centrodestra parte accusando il sindaco e chiedendo le sue dimissioni. La Lega e FdI hanno presentato anche un esposto per chiedere alla Procura di accertare le responsabilità di Lepore, che ha promosso la manifestazione a cui hanno partecipato cinquemila persone.
Un arresto tra i manifestanti
Un manifestante è stato arrestato nel corso dei disordini, L’arresto per resistenza a pubblico ufficiale è stato operato dalla Digos, su disposizione della Procura, e dovrà essere convalidato. La posizione di altri attivisti identificati è in corso di valutazione.
Il bilancio dei feriti
Il primo bilancio, oltre ai danni e ai fermi, è di 64 appartenenti alle forze dell’ordine rimasti feriti, con prognosi comprese tra i 3 e i 35 giorni. Sono 11 le persone che hanno avuto bisogno di cure sul posto dal 118. Il personale sanitario ha trattato quattro manifestanti e cinque poliziotti. Un altro poliziotto è stato portato all’ospedale Maggiore e un manifestante al Sant’Orsola, entrambi con ferite lievi. Gli altri si sono fatti refertare nel corso della notte.
Gli scontri
Gli scontri sono partiti dopo il presidio in piazza del Nettuno promosso dal sindaco Matteo Lepore e dove è intervenuta solo la famiglia di Abderrahim Fakir, morto durante un intervento della polizia domenica al Pilastro. Migliaia le persone in piazza, poi una parte corposa si è mossa in corteo in piazza Roosevelt e davanti alla prefettura sono partiti gli scontri al grido di “assassini” e “tout le monde déteste la police”. Sono volati gli insulti, i calci contro gli scudi degli agenti schierati, ma anche i tentativi di alcuni – la comunità marocchina aveva chiesto una manifestazione pacifica – di contenere i più belligeranti. In un crescendo, sono partiti i lanci di oggetti e bombe carta da parte dei manifestanti e la risposta con le manganellate. Poi la situazione è degenerata con continui tentativi di respingere e disperdere la folla con lanci di lacrimogeni e idranti. Si è andati avanti così per ore, mentre a poche centinaia di metri in piazza Maggiore i bolognesi erano davanti al maxischermo del cinema in piazza, con la proiezione dei “Pirati dei Caraibi” che è stata annullata.
Poco distanti attivisti – almeno un centinaio – hanno continuato a mettere a ferro e fuoco il centro. I disordini, con più cariche della polizia, sono durati ore. Gli agenti hanno usato gli idranti e i lacrimogeni. Dall’altra parte, decine di biciclette Mobike sono state lanciate e usate per costruire barricate. La rabbia per la morte di Abderrahim Fakir si è riversata nelle strade, prima tra piazza Roosevelt, via della Zecca, via Venezian e via Ugo Bassi, poi in via Rizzoli dove è partita una sassaiola contro la polizia con i materiali divelti dal cantiere. I manifestanti hanno usato le transenne come “ariete” contro gli agenti che sono stati costretti a ritirarsi arroccandosi in via della Zecca e via Venezian a difesa della questura e della prefettura.
Alcune centinaia di giovani – antagonisti, attivisti dei centri sociali, qualcuno con la bandiera palestinese, studenti, giovani italiani e di origine straniera – hanno rovesciato cassonetti e transenne, lanciato sassi e bottiglie. Nelle cariche, denuncia l’Espresso, è stato manganellato anche un giornalista che stava riprendendo gli scontri. Inutili le grida per identificarsi, “sono un giornalista”, è stato buttato a terra e ha ricevuto colpi sino a che non è riuscito a scappare per poi farsi medicare al pronto soccorso. Nel corso delle proteste sono state incendiate due auto del Comune. I vigili del fuoco sono dovuti intervenire anche in via Monte Grappa, dove un fumogeno ha preso fuoco in una corte interna.





