Da oggi l’imprenditore Alfredo Romeo chiude l’Unità perché il Pd non si sarebbe più deciso all’acquisto dopo settimane di trattative. Questa è la versione dell’imprenditore napoletano, affidata a una nota. Le fonti del partito fanno però sapere che «il Pd ha manifestato e continua a manifestare l’interesse e la disponibilità all’acquisto». Dove sta la verità? Il punto è che Romeo vorrebbe restare con una quota di minoranza. Il Pd è contrario. Non è costume della casa fare società con privati, fanno sapere dal Nazareno. Al netto del contrasto però si dicono fiduciosi di concludere l’affare in breve. Sono pronti a versare un milione di euro per aggiudicarsi il giornale fondato da Antonio Gramsci, il cui nome è scritto ben in evidenza sotto la testata. Quattro anni fa, rilevandola all’asta, Romeo aveva sborsato 900mila euro.
Perché buttarsi oggigiorno sull’editoria di partito? Quei tempi non sono superati da un bel po’? L’Unità è anche online, naturalmente. L’edizione cartacea, diretta da Piero Sansonetti, è un quotidiano di otto pagine, fatto di opinioni e interviste. Non è dato sapere quanto venda in edicola. Su Instagram ha settemila follower. Ma il Pd, che si ritrova con i conti in salute, vuole fare valere la mozione degli affetti. Riprendersela è un affare sentimentale. Ma c’è pure un elemento di marketing. Ogni estate il partito organizza 500 feste dell’Unità, che portano il nome di un giornale che non è più suo da tempo. C’è quindi un legame che s’intende far rifiorire, con modalità nuove, tutte da sperimentare. Al momento siamo alla trattativa, e quella la sta conducendo il tesoriere, Michele Fina, senatore abruzzese di 48 anni.
L’Unità ha fatto la storia del giornalismo italiano. Togliatti lo voleva come il Corriere della sera, autorevole e popolare. Il suo archivio storico, un giacimento di memoria, racchiude la biografia della sinistra comunista. È stata la casa di firme bravissime. Ha 103 anni, ma è stata già chiusa e riaperta tre volte, in un vortice di cambi d’assetto e linee politiche erratiche. Nel 2018 è fallita. Una girandola che ne ha offeso la storia. Anni fa venne fuori la voce che se la voleva comprare Lele Mora. L’attuale proprietà – ricorda la giornalista Maria Zegarelli, che è stata nel comitato di redazione dell’Unità chiusa dieci anni fa, quella diretta da Staino, ed edita dall’imprenditore Pessina – non volle assumere nessuno della vecchia redazione. «Per noi l’amarezza si rinnova, per come si sono comportati con noi editore e direttore», commenta gli ultimi sviluppi. Della vecchia guardia è rimasto, come collaboratore, Umberto De Giovannangeli.
Sostiene Romeo che fin dal primo giorno il suo sostegno è stato duplice: «Rimettere in ordine i conti, garantendo una gestione corretta e rigorosa del giornale, e al tempo stesso, custodirne la storia nella prospettiva mai nascosta di riportare la testata nella disponibilità della sua casa naturale, il Partito democratico. Su questa base si è sviluppato, negli ultimi mesi, un lungo e articolato dialogo con il Pd, nel corso del quale l’editore ha manifestato la disponibilità a cedere la testata a un prezzo puramente simbolico: una scelta che testimonia come l’operazione non sia mai stata guidata da logiche di profitto, ma dalla volontà di restituire l’Unità alla comunità politica e culturale che l’ha generata. Il confronto sembrava avviato verso una conclusione positiva. Il Pd ha tuttavia deciso di non dare seguito alla trattativa. Preso atto di questa decisione, è venuta meno la prospettiva che aveva giustificato l’impegno di questi anni».






