Meloni avverte Tajani e Salvini: “La pazienza ormai è al limite”. Ma Forza Italia annuncia il “no” alla preferenze al Senato

«La pazienza è al limite», mette in guardia Giorgia Meloni alla vigilia del voto finale, almeno alla Camera, della sua legge elettorale. I destinatari dell’ammonimento sono i due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, che ha sentito di nuovo ieri, e che diversi “fratelli” accusano, ormai senza remore, di non tenere più i rispettivi gruppi. Ma ce l’ha, la presidente del Consiglio, pure con quei suoi deputati (molti meno dei leghisti e dei forzisti) che gliel’hanno fatta sotto il naso, cassando l’emendamento sul compromesso preferenze-capilista bocciati. Anche se il messaggio di ieri, certificato da Luca Ciriani, è che «il governo va avanti», la premier è ancora inquieta e i suoi, a taccuini chiusi, raccontano che non è scontato che il cosiddetto Melonellum passi l’approvazione in prima lettura, dopo l’affossamento delle preferenze. Anche oggi, per decisione di Lorenzo Fontana, si voterà a scrutinio segreto.

Francesco Lollobrigida, riunito nel bagno della Camera con Galeazzo Bignami e Giovanni Donzelli, scherza: «Lasciateci, è una riunione di gabinetto». Ma il nervosismo resta. Il motivo? Il pericolo, per i peones dalla rielezione incerta, non è ancora davvero scampato. È stato il presidente del Senato, Ignazio La Russa, a suggerire subito dopo il patatrac di Montecitorio che le preferenze si possono reintrodurre a Palazzo Madama, in seconda lettura, con un emendamento «chirurgico». E a voto palese. Ecco, questo scenario insinua il dubbio, tra i fedelissimi della premier, che i “franchi tiratori” possano concedere il bis. Il rischio è decisamente meno alto dell’altro ieri, ma non fugato. Si capirà stamattina. Ma la pazienza di Meloni, appunto, «è finita», come ha detto chiaro agli alleati. Anche perché «non si può passare per dilettanti allo sbaraglio». Messaggio in bottiglia per le truppe impazzite di Lega e FI, dove gli schemi ormai sono saltati.

Avviso netto: se dopo le preferenze saltasse la nuova legge elettorale, la premier è tentata sul serio di salire al Quirinale. Lo spettro del voto anticipato potrebbe convincere i malpancisti a non fare azzardi: la data per maturare la pensione, per i parlamentari, scatta il 14 aprile. Passasse alla Camera, scenario che resta comunque più probabile della bocciatura, anche per la questione-cedolini di cui si diceva, la strada della riforma resta a rischio incidenti. Perché appunto i Fratelli stanno valutando seriamente di ripresentare le preferenze con un emendamento: il testo tornerebbe alla Camera, ma per un voto secco e che sarebbe certamente «con fiducia». Dunque se non passasse, cadrebbe il governo. Il problema sono gli alleati, che con il voto segreto, a Montecitorio, si erano alla fine detti disponibili a votare sì, mentre a Palazzo Madama, dove il voto è visibile, non ci pensano proprio.

Ieri si è tenuto un vertice dei capigruppo di maggioranza al Senato, proprio sul possibile emendamento preferenze. E Stefania Craxi, la capogruppo molto gradita a Marina Berlusconi, lo ha detto dritto (molto più seccamente del leghista Massimiliano Romeo): «Non mettetevi in testa di presentare un emendamento sulle preferenze qui: non ve lo votiamo». I Fratelli potrebbero tentare di forzare la mano, ricordando pubblicamente agli alleati l’impegno preso. Ma si è visto, di recente, come possono andare le cose se si cerca la prova muscolare: ci si fa male. Certo la presa di posizione di Craxi ha rinverdito i sospetti di diversi meloniani, convinti che dietro i franchi tiratori azzurri ci fossero soprattutto i deputati “tendenza Marina”.

E nei vari conciliaboli della Camera, un parlamentare della fiamma ieri giurava di avere visto il giorno prima, quello del voto sulle preferenze, Gianni Letta parlare con Paolo Barelli, nella stanza del governo. Letta che ieri era di nuovo a Montecitorio, per un incontro sull’intelligenza artificiale. Comunque per studiare le mosse al Senato c’è tempo: qualcuno vorrebbe accelerare, votare prima della pausa. Ma i più spingono per rallentare, aspettare ottobre. Anche per non regalare tempo alla Corte costituzionale, che potrebbe impallinare la nuova legge.

 

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