Benzina verso i 2 euro al litro, il governo ancora fermo sugli sconti: mancano i fondi

Giù, nella sala stampa di palazzo Chigi. Quando Giorgia Meloni chiude la riunione del Consiglio dei ministri, Adolfo Urso si affretta a spargere convinzioni e consigli a un gruppetto di colleghi attesi al piano di sotto. «Evitiamo di dare sponda alla sinistra», dice il titolare delle Imprese riferendosi agli attacchi delle opposizioni per il mancato intervento del governo contro il caro carburanti. Tradotto: niente domande.

Nel giorno in cui i dati del suo dicastero certificano l’avvicinarsi della soglia psicologica dei 2 euro per la benzina in città, il ministro batte la ritirata. I commessi si affrettano a togliere la sedia che qualche minuto prima era stata posizionata dietro al tavolo della sala stampa. Doveva essere il giorno dell’annuncio del via libera al disegno di legge sulla concorrenza. Diventa quello dell’imbarazzo di fronte ai prezzi al distributore che sono più alti di quelli del 18 marzo, quando il Cdm si riunì per approvare gli sconti alla pompa in scia agli aumenti generati dalla guerra in Iran. Quel giorno un litro di verde in modalità self service costava in media 1,867 euro. Ieri 1,957. Per assicurarsi la stessa quantità di diesel servivano 2,103 euro. Sempre ieri, gli italiani che hanno fatto rifornimento lungo la rete stradale hanno dovuto pagare 2,141 euro.

Alla fine davanti ai giornalisti si presentano il ministro della Giustizia Carlo Nordio e quello della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, insieme al sottosegretario all’Interno Emanuele Prisco. Poco dopo arrivano anche anche la titolare dell’Università Anna Maria Bernini e quella del Lavoro Marina Elvira Calderone. Si parla di imputabilità dei minori, di rinnovi contrattuali e di alta formazione artistica. E non può essere diversamente perché poco prima, intorno al tavolo del Cdm, nessuno ha tirato fuori la questione del che fare di fronte all’impennata dei costi alla pompa. Non solo quelli della verde. Il diesel ha sfondato la barriera dei 2,1 euro. In autostrada addirittura quella dei 2,2. E la curva dei rincari è destinata a salire ancora nei prossimi giorni. Non solo. Si avvicina a quella dei week end da bollino nero del grande esodo estivo. L’incrocio è a vista, l’effetto collaterale pure: un’escalation dei rincari.

Di fronte al rischio di un salasso estivo, il governo resta fermo. Spera in un affievolirsi delle tensioni nello Stretto di Hormuz. Monitora i prezzi al distributore. Ma tiene il portafoglio chiuso. In cassa non ci sono i soldi per ripristinare il taglio delle accise scaduto il 3 luglio. Gli ultimi conteggi non lasciano spazio a dubbi: gli incassi extra dell’Iva sui carburanti venduti a giugno non bastano. Come un cortocircuito, il taglio delle tasse ha asciugato le entrate dello Stato. Si guarda all’extragettito di luglio, confidando in un “tesoretto” più sostanzioso per via dello stop agli sconti. La speranza è che le risorse bastino per nuovi aiuti.

Anche se la riattivazione dell’accisa mobile significherebbe dare ragione alle opposizioni, che insistono proprio su questo punto. Anche questo teme il governo: intervenire ai tempi supplementari «facendosi dettare la soluzione dal Pd», come rivela una fonte dell’esecutivo di peso. Ma intanto la difficoltà si è già fatta politica. «Basta con la propaganda», tuona Elly Schlein. La segretaria del Pd restituisce l’immagine del grande rischio che incombe sul governo. Eccola: «Ci sono milioni di italiani che dovranno fare i conti» con gli aumenti e che – incalza – «dovranno fare vacanze più brevi». A pagare il conto sono anche quelli che «lavorano ogni giorno prendendo la macchina». Vacanzieri e pendolari. Bisogni e mancate risposte. Per ora ci sono solo sedie vuote in sala stampa. Niente domande. E niente risposte.

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