Franco Baresi, l’omaggio in lacrime della Milano popolare, il 3 agosto l’addio a Sant’Ambrogio

C’è questa Milano proletaria, operai, autisti dell’Atm con la camicia azzurra, bambini che arrivano dalla periferia, con la maglietta del cuore e il numero 6 sulla schiena. E dove si va, a rendere omaggio al Capitano, la mattina nessuno lo sa. All’Humanitas di Rozzano, dove Franco Baresi è morto, dove a un certo punto l’ospedale fa sapere che non è più lì, ma a Milano, a casa sua o chissà dove l’hanno portato. A Casa Milan, sulla spianata battuta da vento africano, «ma qui non c’è. Ma io sono qui lo stesso a rendergli omaggio», fa un tizio abbattuto sulla panchina davanti al Museo Mondo Milan. «Quando la squadra aveva la sede in via Turati… allora lui abitava in via Conservatorio, e veniva da me per certe pratiche automobilistiche».

E si può piangere per la morte di un calciatore, seppure famoso, seppure Baresi? Si può. «Io non mi vergogno mica, a farmi vedere piangere. E se sono qui a 40 gradi, è perché alla partita d’addio, eravamo in 80mila a piangere a San Siro». Simona ha 53 anni, infermiera in una clinica dell’hinterland, vorrebbe tanto vederlo un’ultima volta, ma non si può. La famiglia Baresi ha deciso per una cosa riservata e a inviti, in una casa funeraria dove è arrivato Malagò in persona, a portare il saluto del calcio italiano tutto, e a maggior ragione essendo stato lui a nominarlo tedoforo alla cerimonia di Milano Cortina. E «me lo ricordo, l’ultima apparizione pubblica, si capiva che era tanto malato».

E quindi si spera nel funerale in Sant’Ambrogio, ma anche lì, martedì, non riuscirà ad entrarci l’infermiera, e nemmeno il bambino Michele, 10 anni e mezzo e «centrocampista della Folgore Caratese», cioè di Carate Brianza, appena arrivato con il papà Simone, «operaio di Monza», e allora questo bambino dichiara così: «Sono molto triste. Baresi era una leggenda». Poi si corregge: «È una leggenda», che infatti campeggia all’entrata del Museo, e dentro c’è la mitica e vera, l’ultima maglia: “Baresi’s last worn jersey, 1997”, “maglia in poliestere indossata e autografata da Franco Baresi nella sua ultima gara ufficiale, dopo 719 partite in rossonero”. Ma chi ha i 20 euro per l’ingresso al museo? Meglio stare fuori nel gran caldo di questa Milano già deserta, a fotografare il cesto di rose già morte pure loro, e un inquietante manichino d’oro con la maglia numero 6 (replica), che si può comperare a 80 euro nel vicino store (più 15 euro per la scritta).

E dunque, l’operaio Simone dice «che una volta il Milan era la squadra popolare, quella dei casciavit», categoria a cui lui stesso appartiene, e «l’Inter, quella dei baùscia», ma oggi, quelle categorie sono proprio morte, esattamente come «il Grande Torino finito a Superga, a cui dobbiamo sempre rendere onore», e intanto si sente la voce di Berlusconi che annuncia la rinascita — 18 luglio 1986 — l’arrivo all’Arena Civica in elicottero, e si vede anche Baresi, in giacca e cravatta. Il Capitano. Nel buio del museo, la sagoma dell’elicottero, e la Cavalcata delle Valchirie, tutto copiato da Apocalypse Now, eh, ma che colpo di teatro era stato. Un mondo antico, come il pallone di cuoio datato 1900, era il Milan Football & Cricket Club, era, ed è tutto un passato.

 

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