L’omaggio del cardinale Zuppi a Guccini: “Il dubbio era il tuo modo di affrontare le cose”

Alla morte di Francesco Guccini non ha voluto parlare di lui. Solo silenzio, citando Bobbio (quello che “si addice alla morte”) e preghiera. Il cordoglio sì, affidato alla Chiesa di Bologna. Ed è al funerale privato lassù a Pavana che il cardinale Matteo Zuppi, ha spiegato la sua presenza. E ha parlato dell’amico Francesco. “Una sera, parlando dell’ultimo saluto, Francesco disse che sarebbe stato contento della mia presenza, con annessi e connessi, per poi aggiungere che, qualora le parti si fossero invertite, lui avrebbe potuto, in cattedrale o dove non so, presenziare con il suo saluto. Tocca a me”.

E allora ecco le parole di commiato dell’arcivescovo di Bologna, presidente della Cei – ma qui forse più don Matteo – al poeta, scrittore e cantore “agnostico”. Un lungo discorso, prima dell’abbraccio con la moglie Raffaella, in lacrime. “Credo che tutti abbiamo qualcosa da dire a Francesco – dice Zuppi – non sappiamo con precisione, (con una certa presunzione ci illudiamo di volere e soprattutto capire tutto) cosa vedi, la pienezza di quella luce che in realtà hai intuito da qui e hai saputo scorgere nella bellezza struggente e infinita della vita. Dicevi di te di essere agnostico possibilista. In ricerca. Una cosa è certa: ci sembra impossibile salutarti e misurare l’assenza, come hanno fatto tantissimi amici tuoi (quanti ne avevi!) che si sono sentiti tutti un po’ più soli”.

“Assenza ma anche presenza”, continua Zuppi ricordando le reazioni, le emozioni condivise, le parole “tutte personali e positive, piene di umanità”, la Bologna che canta ogni sera in via Paolo Fabbri quasi a non volerlo lasciare andare, a tenerlo lì. “Avviene sempre così nella poesia e nella musica, che donano parole ai sentimenti e generano sentimenti che parlano all’interiorità”.

Il cardinale e il Maestrone. Il credente e l’agnostico. Cita i suoi versi, Zuppi. Per parlare di lui. “Te ne sei andato nelle «stanche, lunghe e oziose ore di agosto» (Canzone dei dodici mesi), con la discrezione e la riservatezza che sono sempre state tue, nascondendo in due sciocchezze quanto sei commosso e poi, in realtà, facendoci commuovere per come ti racconti. Abbiamo capito anche quello che stava urlando dentro di te per uscire, e abbiamo capito che bisogna scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà”.

Zuppi ritrova nel vangelo le parole di Guccini delle sue canzoni. “Anche il Signore non sopportava i dogmi e i pregiudizi che colpivano il prossimo, i nuovi protagonisti, i rampanti, i furbi e i prepotenti, i re, i militanti severi, la gente vuota, i preti che non sanno guardarsi nel cuore, i materialisti col chiodo fisso che Dio è morto e che l’uomo è solo in questo abisso, ma anche i giacobini visionari e i martiri dell’odio e del terrore, quelli che ti paralizzano dicendo che è per amore, i manichei che gridano o con noi o contro di noi”.

Fa riferimento al suo pensiero, condiviso nei momenti di incontro in Appennino, nel lungo viaggio ad Auschwitz, sul “Treno per la memoria”: “Le ideologie confondono, fanno male. Hai ragione. Servono giganti, e quelli che piacciono al Signore non sono i grandi di questo mondo ma quelli con il cuore grande, con tanta umanità, gratuita, che condivide e non calcola, che dona e non possiede. La poesia è sempre regalare tutto di sé. Discrezione, garbo, eleganza antica, timidezza ma radici di sapienza antica, cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia”.

Lo ricorda “alieno all’esibizione, eppure delicatissimo nel comunicare”, parlando e “riparlando del tempo e dei giorni andati, e del mistero del tempo che ha una spiegazione nei nostri legami di amore per cui è sempre vero per tutti che “io non sono quando non ci sei””. È “Vorrei”, intensa dichiarazione d’amore. Per Zuppi è anche “la migliore definizione di Dio, perché Dio si capisce solo nell’amore, interrogandoci su quale sapore nuovo abbia l’universo, perché la domanda della vita è sempre proprio questa. Che l’oggi restasse senza domani o che domani potesse tendere all’infinito? Non si è rassegnato ad essere cattivo e non hai smesso di sognare e di cercare le ali. Questa domanda per Francesco, e per tutti, è l’intuizione che è porta apertissima nel cuore: Dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto e dove troveremo il per sempre”.

Ancora Guccini, in “Vite”: «E la mia vita cade in altra vita ed io mi sento solamente un punto, lungo la retta lucida e infinita di un meccanismo immobile e presunto». In questi termini, ricorda il cardinale, “amavi parlare della tua vita, ma non era retorica, era l’umiltà, contrario dell’hybris, che appartiene soltanto ai grandi, a chi non ha la supponenza e l’arroganza di avere raggiunto traguardi, ma si muove nelle strade della vita al pari di un pellegrino dall’andatura precaria”.

La ricerca. “Non hai mai avuto la presunzione di trovare risposte definitive: ogni giorno, dicevi, «son lì ad aspettarmi le mie domande, il mio niente, il mio male» (Canzone per Piero). L’etica dell’umano, la dignità della politica, allergica ai dogmatismi vuoti, proprio perché etica e con al centro l’umano, per non avere «paura del diverso e del contrario, di chi lotta per cambiare, paura delle idee di gente libera, che soffre, sbaglia e spera» (Canzone per Silvia); con il tuo don Chisciotte tu “fiero del mio sognare e di questo eterno mio incespicare”, ci hai costretto a chiederci «dovrei tirarmi indietro perché il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro? Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità e accettare che sia questa la realtà?» per poi invitarci a «sputare il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte»”.

“Ora Francesco – continua il discorso di Zuppi – come hai detto con parole struggenti a Van Loon – babbo Ferruccio, avrai «tanto tempo per pensare»; avevi «i bagagli già pronti da tempo, come ogni uomo prudente», troverai un tuo luogo, una tua storia, i tuoi libri, i vecchi amici e, finalmente, l’infinito (Van Loon)”. E “sorriderai ricordando agli amici che ritroverai e ti faranno una gran festa le parole che tu, come pochi altri, riuscivi a pronunciare con spirito pungente e insieme con garbo: «se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, avremo un paradiso su misura, in tutto somigliante al solito locale, ma il bere non si paga e non fa male». E che Dio «ci sopporti, ci lasci ai nostri giochi, cosa che a questo mondo han fatto in pochi».

“Oggi incontri la risposta, che in realtà era nella nostalgia, nella ricerca di luce e nello stupore per l’umanità che hai descritto nei tanti personaggi e incontri che ci hai fatto conoscere. Il dubbio era il modo di stare davanti alle cose senza barare, in modo integro. Non hai smesso di chiedere e di ascoltare. Chi fa sua la domanda dell’umano, scopre sempre la presenza di Dio”. “Bisogna continuare a domandarsi, anche quando non c’è una risposta”, dicevi. “Starem a veddre”.

Zuppi ricorda che Guccini è morto nel giorno della Festa della trasfigurazione, il 6 agosto, nel giorno della morte di Paolo VI (di cui cita un lungo passaggio), il giorno in cui ricordiamo Hiroshima e “chiediamo che quell’orrore faccia scegliere consapevolmente la difesa e non il riamo, il dialogo e non lo scontro. Perché dobbiamo imparare a vivere senza ammazzare”.

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