Milioni se non miliardi di dollari di rimborsi. Le grandi aziende internazionali che hanno pagato i dazi imposti da Donald Trump ora battono cassa. In totale, sono già 100 i miliardi di dollari restituiti alle società importatrici che hanno fatto domanda di rimborso per le tariffe raccolte dalla Casa Bianca dal Liberation Day dell’aprile 2025 e poi bocciate lo scorso febbraio dalla Corte Suprema. Poche, pochissime, invece, hanno deciso di redistribuire quanto ottenuto tra i consumatori, che nei mesi scorsi hanno pagato il prezzo dei dazi a suon di rincari.
La vicenda
Lo scorso febbraio i giudici federali hanno definito infondato il ricorso del presidente Usa all’International Emergency Economic Power Act (Ieepa) per imporre dazi a una lista sterminata di Paesi del mondo. La norma del 1977, infatti, consente al presidente degli Stati Uniti, senza passare dal Congresso, di regolamentare i flussi commerciali con l’estero durante le emergenze nazionali, ma non di imporre tariffe unilaterali. Un paio di settimane dopo è arrivata l’indicazione finale: i dazi riscossi dovranno essere rimborsati agli importatori.
L’ira di Trump non ferma i rimborsi
La decisione ha scatenato, come previsto, l’ira di Donald Trump, che dei dazi aveva fatto la bandiera della sua politica commerciale internazionale. Ma a differenza di quanto aveva ipotizzato il Segretario del Tesoro, Scott Bessent, preannunciando “anni di contenzioso”, il processo di rimborso avanza e a passo svelto. Secondo i dati raccolti dal Customs and Border Protection, al 31 luglio si contavano 252.496 richieste di rimborso, presentate da oltre 25 milioni di importatori. Domande per quasi 129 miliardi di dollari sono state accettate dal sistema, di cui un certo numero per oltre 100 miliardi di dollari sono già state completate, certificate e spedite al dipartimento del Tesoro per essere pagate. Si tratta di circa il 60% dei quasi 166 miliardi che, secondo il governo, sarebbero stati incassati sulla base della norma contestata.
A consumatori e pmi nessun mezzo legale per chiedere i rimborsi
La mossa della Corte non ha impedito a Trump di trovare altre basi giuridiche per sostenere i suoi cari dazi. E alla contromossa del presidente sono seguite nuove cause legali. Ma per il momento, il sistema dei rimborsi Ieepa funziona, seppur con qualche falla. La Customs and Border Protection stabilisce che solo l’importatore registrato è autorizzato ad accedere al portale e presentare una richiesta di rimborso, mentre le piccole e medie imprese, che non importano direttamente dall’estero ma che hanno subito l’impatto delle tariffe, restano di fatto escluse dagli indennizzi.
Così come i consumatori: chi, ad esempio, ha acquistato un paio di scarpe da ginnastica Nike, il cui prezzo è aumentato perché l’azienda ha trasferito sui clienti parte dell’aumento dei costi dovuto ai dazi, non ha alcun mezzo legale per ottenere il rimborso di quella somma. Non solo, con il susseguirsi di nuovi annunci e retromarce, in molti casi sarebbe anche complesso calcolare quanto dell’extra imposta pagata dalle imprese abbia effettivamente intaccato le tasche degli americani. Eppure, secondo la Tax Foundation, lo scorso anno i dazi sono costati alle famiglie medie statunitensi circa mille dollari. Prima che la Corte Suprema si pronunciasse, l’amministrazione Trump aveva avanzato l’idea di assegni a favore dei cittadini per redistribuire parte delle entrate riscosse dal governo. Ma di quegli assegni, ad oggi, non c’è traccia.
Chi restituirà (parte) del rimborso ai clienti
La lista delle aziende che hanno ricevuto il rimborso entro giugno è lunga e contiene nomi altisonanti. L’assegno staccato ad Apple, si stima, sfiora i 2,2 miliardi, quello per Amazon 600 milioni e per Nike 300 milioni, solo per citarne alcuni. Nell’elenco compare anche Nintendo. Il colosso giapponese dei videogiochi cita i soldi ottenuti dall’amministrazione Usa tra i fattori che hanno contribuito a spingere l’utile netto del secondo trimestre, in rialzo di oltre il 50 per cento a 147,4 miliardi di yen (circa 803 milioni di euro). Eppure, il gruppo non sembra intenzionato a trasferire il beneficio ai consumatori, che nei mesi scorsi hanno subito i rincari dei prodotti proprio a causa dei dazi americani. A nulla è servita la class action intentata a favore dei clienti e definita dai legali della società come “priva di fondamento”.
Al contrario, Amazon ha promesso di venire incontro ai suoi utenti. “Abbiamo individuato una serie limitata di casi in cui è possibile verificare che abbiamo addebitato ai clienti determinati oneri di importazione”, ha spiegato la scorsa settimana il cfo Brian Olsavsky. Incassati i 600 milioni, “contatteremo proattivamente i clienti interessati e provvederemo automaticamente a rimborsarli”. Il colosso dell’e-commerce era stato citato in giudizio da alcuni consumatori, che da tempo chiedevano la restituzione degli extra costi a loro addebitati a causa delle tariffe di Trump e che accusavano Jeff Bezos di non voler avviare la procedura legale per non scontentare il presidente. Presto, forse, saranno tra i pochi ricompensati.





