Manovra, il governo lavora per nuovo taglio Irpef per i redditi fino a 60.000 euro: benefici fino a 1000 euro

Subito dopo Ferragosto il governo avvierà il cantiere manovra: tra le ipotesi, l’estensione dell’aliquota Irpef al 33% fino ai redditi di 60 mila euro, dall’attuale soglia di 50 mila euro. Il taglio di dieci punti (attualmente per quella fascia di reddito l’aliquota è al 43%) riguarderebbe circa un milione di contribuenti, di cui circa 620mila dipendenti e 390mila pensionati.

A conferma della direzione che il governo prenderà in autunno le parole della premier Giorgia Meloni, che in un’intervista al quotidiano Milano Finanza ha rivendicato: «Ogni anno, tra taglio del cuneo e tagli dell’Irpef, rimettiamo 21 miliardi nelle tasche degli italiani», aggiungendo che per il ceto medio l’esecutivo intende «fare certamente di più, per alleggerire ancora il carico fiscale sul ceto medio, che sostiene l’Italia e va premiato».

Con la nuova aliquota si risparmierebbero circa 100 euro per ogni 1.000 euro di reddito. In pratica, il taglio dell’Irpef si traduce in 100 euro in meno da versare per i redditi fino a 51.000 euro, 200 per 52.000, fino ad arrivare a un massimo di 1.000 euro per chi guadagna 60.000 euro e più, perché comunque la nuova aliquota si applicherebbe a tutti i contribuenti con entrate più alte, circa 3,3 milioni.

Poiché però questo tipo di intervento è pensato per avvantaggiare il ceto medio, il governo potrebbe anche sterilizzarlo a partire da una certa soglia. E’ quello che è successo per esempio nella precedente legge di Bilancio, con il taglio della seconda aliquota dal 35 al 33% per i redditi compresi tra 28 mila e 50 mila euro, che ha però escluso quelli a partire dai 200 mila.

Rimane la questione coperture: si calcola che per questo nuovo taglio servano 2,7 miliardi. Tra le ipotesi un nuovo aggravio del prelievo su banche e assicurazioni: nei giorni precedenti il vicepremier Matteo Salvini, ha proposto un “contributo” del 5%, che porterebbe nelle casse pubbliche almeno 1,5 miliardi in un anno. Si aggiungerebbero al conto già salato da 10,2 miliardi in tre anni imposto da Palazzo Chigi agli istituti di credito con l’ultima legge di Bilancio.

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