“Avviso importante agli utenti”. Inizia così la comunicazione dell’Asl Napoli 1 diramata mercoledì. Chi prenota una visita specialistica o un esame diagnostico ma non si presenta all’appuntamento – senza avvisare, cioè senza comunicare la disdetta – dovrà pagare la quota del ticket. Ecco come la sanità campana corre ai ripari dopo l’avvio dell’inchiesta della Corte dei conti sulle liste di attesa.
Una indagine che ha acceso i riflettori proprio sul fenomeno delle prestazioni sanitarie mai eseguite che hanno ingolfato, negli anni, gli elenchi delle prenotazioni. Oltre a produrre un buco nelle casse delle Asl che non hanno incassato i ticket. Gli accertamenti condotti dai Nas dei carabinieri stanno terremotando il sistema sanitario regionale. Si punta a recuperare le somme non riscosse. All’Asl Napoli 2 Nord è stato istituito martedì un gruppo di lavoro ad hoc che prevede “avvisi bonari di pagamento” agli utenti e “in caso di mancato riscontro, l’attivazione delle procedure coattive tramite l’Agenzia delle Entrate”.
Ecco scoperchiato il baco del sistema. Chi, di fronte a un’attesa troppo lunga per una visita o un esame, ha preferito rivolgersi a un privato o addirittura ha rinunciato alle cure, ha tenuto bloccato il posto in lista: non annullando in tempo la prenotazione. Tant’è che ora l’Asl 1 scrive che “la misura serve a ridurre le liste d’attesa e a garantire a tutti un accesso più equo alle prestazioni”.
Non solo la mancanza di medici e di risorse: si scopre che dietro le lunghe liste di attesa si nascondono problemi di organizzazione. La responsabilità potrebbe ricadere direttamente sulle tasche dei manager pubblici. In questi giorni sono in corso gli interrogatori dei direttori generali. Che sfilano in via Piedigrotta per essere sentiti dal vice procuratore della Corte dei conti Ferruccio Capalbo. L’eventuale danno erariale potrebbe essere imputato ai manager che non hanno incassato i ticket, per la mancata disdetta. Come prescritto già da una legge del 1998.
La grana è scoppiata anche nelle stanze della Regione. Con la direzione Salute che il 10 luglio ha inviato una nota in cui si richiama “la diretta responsabilità delle Asl e degli ospedali nell’attività di recupero degli importi”. Palazzo Santa Lucia ha richiesto una relazione con i dati: quante sono state “le prestazioni tra il 2017 e il 2026” che i pazienti hanno disertato “non rispettando gli obblighi di disdetta”. L’ultima legge nazionale datata 2024, che ha per titolo “misure urgenti per la riduzione dei tempi delle liste di attesa”, prevede un “centro unico di prenotazione” (Cup) con ”un sistema di disdetta delle prenotazioni, da effettuarsi almeno due giorni lavorativi prima” dell’appuntamento. Ma dal 1998 è previsto il pagamento del costo “per l’utente che non si presenti ovvero non preannunci l’impossibilità di fruire della prestazione”.
Nella comunicazione ai pazienti dell’Asl 1 è specificato come disdire: “Puoi annullare telefonando al Cup, sul portale regionale del cittadino (Sinfonia), presso gli sportelli o tramite le farmacie abilitate”. E si legge che “il pagamento del ticket”, in caso di mancata disdetta, “vale anche per i soggetti esenti. Sono fatti salvi i casi di ricovero ospedaliero urgente e le altre cause di forza maggiore, da documentare entro 5 giorni”.
Sullo sfondo c’è un altro filone che potrebbe germogliare dall’indagine contabile. Se saranno accertate omissioni dei manager pubblici sull’organizzazione delle liste di attesa, bisognerà capire come quei dg abbiano potuto negli anni percepire il premio di risultato in busta paga. È uno dei mantra della nuova giunta targata Roberto Fico: valutare premi e rinnovi degli incarichi ai manager sulla base non solo dei risultati di bilancio ma degli obiettivi raggiunti sul piano delle cure. Tra i criteri ai raggi X proprio la riduzione dei tempi delle liste di attesa.





