Per il fisco Mario Adinolfi nel 2024 dichiarava un reddito complessivo di 6.586 euro. Nelle stesse carte la procura ricostruisce quasi cinque milioni di euro transitati, nell’arco di diversi anni, sui suoi conti attraverso la “Scommessa Collettiva”, mentre cresce il numero di chi chiede indietro i risparmi affidati al giornalista. Per il gip, però, seguire il denaro non basta a spiegare come quel sistema abbia potuto reggere per anni. C’è un altro elemento decisivo: la fiducia costruita attorno alla figura di Adinolfi, giornalista, ex parlamentare e fondatore del Popolo della Famiglia. «Ai giudici posso solo dire: sono totalmente innocente», ha replicato ieri. «Di certo non mi sono mai arricchito sulla pelle degli altri».
Nelle motivazioni dell’ordinanza che lo ha portato ai domiciliari, il capitolo fiscale occupa un posto centrale. La Guardia di finanza ricostruisce una distanza che, secondo gli investigatori, difficilmente trova una spiegazione tra quanto dichiarato al fisco e il denaro che, negli stessi anni, transitava sui suoi rapporti bancari. Il gip ricorda che nella dichiarazione dei redditi relativa al 2024 Adinolfi aveva indicato un reddito complessivo di 6.586 euro. Eppure, osserva il giudice, pochi mesi prima, all’apertura di un conto corrente presso BBVA, aveva dichiarato di svolgere l’attività di giornalista autonomo con un reddito annuo netto superiore a 40 mila euro.
Il cuore della contestazione riguarda però il 2017. Secondo l’Agenzia delle entrate, richiamata nell’ordinanza, sui conti di Adinolfi risultano accrediti per 952.694 euro, a fronte della mancata presentazione della dichiarazione dei redditi. Da qui l’accusa di evasione fiscale per un’imposta ritenuta evasa pari a 402.828 euro, la stessa cifra per cui il gip ha disposto il sequestro preventivo. Il giudice aggiunge inoltre che, nonostante gli inviti notificati dall’Agenzia delle entrate per chiarire la propria posizione, Adinolfi non avrebbe fornito spiegazioni.
Ma nelle carte c’è un altro passaggio che aiuta a spiegare perché, secondo l’aggiunto Maurizio Arcuri, il sistema abbia continuato a raccogliere denaro per anni. Molte persone avrebbero deciso di affidargli i propri risparmi anche per ciò che Adinolfi rappresentava. L’ordinanza richiama la sua notorietà come opinionista, l’esperienza politica e l’immagine pubblica di uomo profondamente religioso. Ma anche quella, coltivata negli anni, di esperto giocatore di poker che sosteneva di poter ridurre il rischio grazie a specifici algoritmi. Una reputazione che, scrive il giudice, «ha inciso sull’affidamento delle persone nella bontà di quanto convintamente affermava al fine di raccogliere il denaro». Non solo. La notorietà e «l’apparente affidabilità del proponente» avrebbero spinto molti investitori ad accontentarsi delle comunicazioni via mail, senza approfondire i termini dell’accordo.
Adinolfi respinge questa ricostruzione.
Nella dichiarazione diffusa dai suoi legali, Riccardo Di Lorenzo e Pablo De Luca, parla di una «vicenda surreale» e di una «ingiustizia grave». Rivendica di giocare «da decenni» e sostiene di «non avere mai sollecitato nessuno», aggiungendo che «in molti con me giocando hanno guadagnato e sì, c’è qualcuno che ha perso: sono scommesse». Contesta anche la ricostruzione sul suo tenore di vita: «Vivo da monaco, senza vizi», scrive, negando di aver acquistato orologi di lusso, quadri, imbarcazioni, lingotti d’oro o di essere mai stato alle Maldive o in Egitto. E annuncia ricorso al Riesame, convinto che «reiterazione del presunto reato, rischio di inquinamento delle prove e pericolo di fuga troppo evidentemente non sussistono. Alla fine quella che conta è la giustizia di Dio e davanti a quella mi presento puro». Lunedì comparirà davanti al gip per l’interrogatorio di garanzia. Sarà il primo confronto con il pm Arcuri.






