Quando si ritrova a Palazzo Chigi con Matteo Salvini e Antonio Tajani, Giorgia Meloni tocca con mano gli effetti nefasti della fretta. Per la premier la priorità è e resta frenare il prezzo del gasolio, in un modo o nell’altro. Ma l’opzione scelta, tassare di più le sigarette per compensare il taglio delle accise sui carburanti, manda in tilt l’esecutivo. «Ma a chi è venuto in mente di ridurre le tasse alzando altre tasse?», si infiamma il vicepremier leghista. È un argomento che coglie nel segno, perché la presidente del Consiglio è sensibile al problema. La retromarcia è immediata.
Era chiaro dal mattino che l’idea non sarebbe passata. Forse anche a Giancarlo Giorgetti, che partecipa all’incontro e non fa nulla per evitare la resa dei conti. Le coperture, quando le casse dello Stato sono vuote, rappresentano sempre un problema. Rivolgersi ai tabagisti è tradizionalmente una strada. Il problema è che non è Salvini il solo a dirsi ostile all’idea. Anche Antonio Tajani si mette in scia. Prima di raggiungere la sede del governo per partecipare al vertice, l’azzurro registra un video in cui promette: «Meno tasse, meno tasse, meno tasse». Non può quindi che concordare con il segretario del Carroccio, aggiungendo anche un altro argomento: «Nel settore lavorano molte migliaia di lavoratori, non possiamo colpirli in questo modo».
Si pone subito il problema di individuare risorse alternative. Salvini ripropone un intervento sugli extraprofitti di banche e società energetiche. Tajani si arrabbia, è un nervo scoperto che più di una volta l’ha fatto litigare con Marina Berlusconi. Alla fine, è Meloni a rimandare al ministero dell’Economia una soluzione. Non basta, però, a far sfumare sospetti e veleni. Tutto ruota attorno a una domanda: chi ha pensato di aumentare le accise sui tabacchi? Giorgetti si tira fuori. I sospetti di Salvini ricadono su Fratelli d’Italia.
Si fa il nome del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari come “ispiratore” della misura. Di sicuro è stato il viceministro meloniano al Mef Maurizio Leo ad aver chiesto ai tecnici del Dipartimento Finanze di stilare una serie di proiezioni con gli effetti di cassa dell’intervento. Tabelle dall’impatto pesante, visto che – riferiscono – ipotizzavano aumenti fino a un euro a pacchetto, con un gettito assai maggiore del necessario: fino a mezzo miliardo. Da Palazzo Chigi, però, si invita a guardare altrove: a via XX settembre, e nello specifico alla Ragioneria.
Pesa di più il panico che ha mosso i protagonisti del pasticcio. Un’ansia da prestazione che si spiega anche con la volontà dei Fratelli di non lasciare spazio alle opposizioni. Non soltanto il centrosinistra, che martella da giorni proprio sul caro benzina. Ma soprattutto Roberto Vannacci, il nemico a destra che cavalca il disagio dei consumatori ed erode consenso all’area di governo.
Come per la sicurezza, anche per l’energia Meloni intende ribattere colpo su colpo. Consapevole però che non esistono opzioni semplici alla portata. Ma Giorgetti frena: il titolare del Tesoro, come già avvenuto con la prima fiammata provocata dal blocco dello Stretto di Hormuz, invita a seguire gli sviluppi della situazione internazionale. Non per questo si lascia andare a facili entusiasmi. Piuttosto prova a orientare la discussione verso una dimensione di prudenza e razionalità. Ricorda che ieri il prezzo del Brent è sceso. Invita a riflettere sulle «modalità di intervento più efficaci».
Tutti ragionamenti che rispondono al tentativo di cercare un equilibrio tra i costi della guerra e le ragioni dei conti pubblici da non stravolgere. È lo stesso pensiero che muove la risposta alle richieste preventive di Tajani sul taglio delle tasse da approvare con la prossima manovra. La flessibilità concessa dall’Europa aiuta, ma il richiamo del titolare del Tesoro all’utilizzo «intelligente e mirato» dello scostamento di bilancio suona come un avviso preventivo. Agiamo sì, ma con cognizione di causa.





