Ad Aversa la politica entra in famiglia. E la famiglia potrebbe entrare in municipio. Nessuno scandalo giudiziario. Nessuna accusa di irregolarità. Ma una questione di opportunità politica che merita qualcosa di più delle solite battutine da corridoio. Perché chi amministra una città ha onori ma soprattutto oneri. E dovrebbe ricordare la celebre massima: “La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto”. Gli “affari” di famiglia non riguardano il princeps, ovvero il sindaco Franco Matacena, ma un componente della sua giunta: Nicola De Chiara. La figlia del giornalista-assessore figura tra i vincitori della selezione per il servizio civile presso il Comune di Aversa. Ha partecipato al bando dello scorso aprile. La graduatoria è stata pubblicata a luglio. Secondo indiscrezioni, da qualche giorno la giovane avrebbe anche preso servizio.

A scanso di equivoci, va detto subito che non intendiamo mettere in discussione le qualità della giovane. Secondo indiscrezioni sarebbe in possesso di due lauree. Nessuna contestazione sui requisiti né elementi per ipotizzare irregolarità nella selezione. Il problema è un altro. E riguarda l’opportunità politica. Già durante la campagna elettorale De Chiara ha sposato la causa di Matacena e della sua coalizione. Negare quella vicinanza significherebbe pretendere che gli aversani rinunciassero alla memoria prima ancora che al diritto di farsi un’opinione. Se non un giornalista di parte, certamente un giornalista di area. Ci può stare, per carità. Le affinità elettive, per dirla con Goethe, esistono anche nel giornalismo. Inizialmente molto vicino ad Alfonso Oliva, poi vicinissimo a Matacena.

Dopo una parentesi giornalistica ostile al sindaco e alla sua squadra, De Chiara è diventato l’ombra della fascia tricolore. Sempre presente. Al fianco del primo cittadino nelle occasioni pubbliche e spesso anche in quelle private. Una sorta di consigliere politico senza investitura ufficiale. Il primo luglio è arrivato l’incarico di assessore. De Chiara ha preso il posto di Ugo Rufino, designato pochi mesi prima in quota Matacena. Dal sostegno politico all’ingresso nella stanza dei bottoni. Nulla di scandaloso neppure nella nomina. De Chiara ha già ricoperto la carica durante le amministrazioni guidate da Mimmo Ciaramella. E nel suo ritorno in giunta ha mostrato capacità organizzative, marcando una netta differenza con Oliva. In pochi giorni ha allestito “Estate ad Aversa”. Un cartellone di qualità e un notevole successo di pubblico. Chapeau.

Torniamo al servizio civile. E mettiamo i puntini sulle “i”. Quando la figlia di De Chiara ha partecipato al bando, il padre non era assessore. La graduatoria, a quanto pare, sarebbe stata stilata prima della nomina, sebbene pubblicata a luglio. Sulla carta nessun elemento per ipotizzare ingerenze. Ergo, nessuna irregolarità emersa sulla base delle informazioni disponibili. Ma il problema sorgerebbe ex post. Se la giovane avesse effettivamente preso servizio negli uffici comunali, la contemporanea presenza del padre nell’esecutivo solleverebbe un interrogativo sull’opportunità. Non sulla legittimità della selezione. La legalità è un requisito imprescindibile. Non sempre, però, basta a esaurire il giudizio politico. L’indennità di assessore sfiora i tremila euro lordi mensili, circa 34mila euro annui. Per il servizio civile è previsto un assegno di 519,47 euro al mese, pari a 6.233,64 euro in dodici mesi. Compensi di natura diversa che non dimostrano alcun privilegio. Il punto non è la somma degli importi. È la possibilità che padre e figlia si ritrovino contemporaneamente, con ruoli differenti, nell’ambito della stessa amministrazione.

Sarebbe ingiusto chiedere a una giovane di rinunciare a un’opportunità conquistata attraverso una selezione pubblica soltanto perché suo padre è diventato assessore. Ma qualora la figlia avesse già preso servizio, spetterebbe a De Chiara offrire ogni garanzia di trasparenza e di separazione dei ruoli. Senza liquidare la questione con un semplice “è tutto regolare”. Perché le carte in ordine sono indispensabili. Ma la credibilità istituzionale richiede qualcosa in più. Immaginiamo la scena. De Chiara entra in municipio. La figlia: “Documento, prego”. “Ma sono tuo padre!”. “Papà?! Che ci fai qui?”. “L’assessore. E tu?”. “Il servizio civile”. Poi lui: “Ma da quando lavori qui?”. Lei: “E tu da quando?”. Sipario. Beckett si sarebbe spellato le mani. Ionesco avrebbe gridato al plagio.
Mario De Michele





