Tensione Conte-Pd su Putin. Provenzano bacchetta il leader 5 Stelle: “Sta alzando troppo il tiro”

Sono passati giorni, ma il malumore per il flop della piazza napoletana fatica a dissiparsi. Non tanto per le proteste dei disoccupati organizzati e dei militanti di Potere al popolo, che sono comunque riusciti a rovinare la festa del “ritrovato” centrosinistra. Quanto per il messaggio arrivato dal palco di quella che doveva essere la prima manifestazione unitaria e si è trasformata nel suo contrario: la prova che Pd, M5S e Avs su alcuni temi cruciali di politica estera, a partire dalla difesa dell’Ucraina, la pensano pressoché all’opposto. Con una novità, che ha già fatto scattare l’allarme rosso al Nazareno: la scelta di Giuseppe Conte di comiziare su ciò che divide invece di unire — battendo sulla «minaccia russa costruita» a tavolino e su quel «noi non possiamo continuare a buttare soldi nelle armi» — hanno provocato forti mal di pancia non solo fra i riformisti, ma pure nel nutrito drappello di parlamentari pro-Schlein. La quale, come al solito, ha scelto di lasciar cadere, non replicare, ordinando ai suoi la consegna del silenzio. «Dobbiamo far passare la nottata», è la linea.

Ma non sarà facile, stavolta. Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Pd, a caldo aveva diffuso una dichiarazione nettissima, ancorché diplomatica: «Le nostre posizioni a sostegno dell’Ucraina sono note, chiare e coerenti a ogni livello rispetto a qualunque altro partito». Ieri, però, le critiche di alcuni esponenti 5S contro le sanzioni Ue alla Biennale di Venezia l’hanno fatto uscire fuori dai gangheri: «È evidente che hanno alzato il tiro», spiega il deputato a Repubblica. «Conte ha il problema Di Battista, teme di essere scavalcato su alcune battaglie storiche del Movimento e non perde occasione per cavalcarle». Anche a scapito della compattezza della coalizione, è il sottinteso. Stessa preoccupazione già espressa, sebbene con toni ben più bellicosi, dalla minoranza interna. Giorgio Gori aveva subito denunciato le posizioni «difficilmente conciliabili» su Kiev. E Filippo Sensi attaccato direttamente gli alleati: «Hai voglia ad andare a Napoli se poi a Strasburgo i 5S votano contro insieme alla Lega e a Vannacci».

Dichiarazioni che tuttavia raccontano soltanto una parte del disagio. Quel che più agita il principale partito progressista, ormai a tutti i livelli, è il rischio di un lento slittamento del suo profilo internazionale. Questione che la segretaria conosce bene. Sono mesi che prova a tenere insieme due esigenze non sempre compatibili. Da una parte consolidare il rapporto con Conte, nella convinzione che senza di lui non esista una prospettiva competitiva contro Giorgia Meloni. Dall’altra rassicurare quel pezzo via via più ampio di Pd che considera il supporto a Kiev, il legame con il Pse e la collocazione euro-atlantica un patrimonio politico non negoziabile: come più volte ribadito da Lorenzo Guerini.

Un equilibrio complicatissimo. Ogni uscita dell’ex premier giallorosso — che ieri ha smentito dissidi con la leader dem, ma tornando a insistere sul fatto che qualunque progetto alternativo alla destra «dovrà partire dalla revisione delle politiche di riarmo» — finisce infatti per riaprire la ferita. E far ripiombare il Pd nel dilemma: la politica estera può continuare a essere derubricata a incidente di percorso ogni volta che emerge una divergenza con i 5S? Perché è proprio lì che si misura la credibilità di una coalizione di governo. E, ormai lo dicono tutti, con l’avvicinarsi delle elezioni un chiarimento non è più rinviabile.

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