Crescita tendenziale allo 0,9 per cento, che sarà “arrotondata” all’1 nelle stime programmatiche. Quelle cioè che tengono conto delle misure messe in campo dal governo. Deficit fotografato al 4,35% del Pil, con la scelta però di lasciarlo salire al 4,5: il che vuol dire liberare circa 3 miliardi di risorse finanziarie. Debito, sempre in rapporto al Pil, in ulteriore seppur lenta discesa, fino ad arrivare al 140,9% nel 2025: lo scorso anno è stato pari al 144,4. Il Documento di economia e finanza oggi all’esame del Consiglio dei ministri tiene insieme un certo ottimismo sull’andamento dell’economia quest’anno (dopo il risultato abbastanza positivo del primo trimestre) e la consapevolezza che i rischi all’orizzonte restano significativi. Ma il miglioramento delle stime di crescita e soprattutto la cautela sui conti pubblici sono in qualche modo anche un messaggio a Bruxelles, proprio mentre in Europa si discute sulle nuove regole di bilancio. Secondo le valutazioni che circolavano lo scorso autunno, l’inizio dell’anno avrebbe dovuto segnare l’entrata ufficiale del nostro Paese in recessione. Almeno sul piano strettamente tecnico: dopo il -0,1 per cento dell’ultima frazione del 2022, un nuovo risultato trimestrale negativo avrebbe ufficializzato la tendenza verso il basso. Così non sarà. La conferma ufficiale dall’Istat arriverà alla fine di questo mese, ma sia la Banca d’Italia che l’Ufficio parlamentare di bilancio hanno ricavato dai propri modelli econometrici indicazioni confortanti, che parlano di una crescita seppur moderata. Questi numeri provvisori, considerato anche l’effetto di trascinamento del 2022 che è pari da solo allo 0,4 per cento, permettono all’esecutivo di ribaltare la stima fatta a novembre: il +0,6 di crescita previsto per il 2023 diventa un +0,9% tendenziale. Sul 2024 c’è molta cautela: la crescita dovrebbe comunque accelerare all’1,4% mentre il rapporto deficit/Pil arriverebbe comunque oltre il 3%. Ha giocato a favore del miglioramento delle stime per quest’anno, insieme alla conferma del buon andamento dei servizi in particolare nel campo turistico (fattore questo destinato a protrarsi in primavera) anche la ripresa dell’attività manifatturiera, in particolare nei settori sui quali gravava l’ipoteca del caro-energia. Non solo quindi non c’è stato il temuto crollo di alcuni settori, ma l’industria nel suo complesso ha ripreso a macinare. Per i prossimi mesi però lo scenario è a due facce. Da una parte c’è la speranza che si concretizzi ulteriormente il calo dell’inflazione già visto a marzo, con conseguente effetto favorevole per i margini delle imprese e per il potere d’acquisto delle famiglie. Dall’altra restano fattori di incertezza. Le tensioni geopolitiche di cui la guerra in Ucraina è solo la manifestazione più evidente potrebbero mettere nuovamente sotto pressione i prezzi energetici. Mentre la Banca centrale europea resta per ora convinta che l’inflazione va combattuta con energia: se i segnali di discesa dei prezzi non dovessero risultare convincenti l’attuale politica restrittiva, che già agisce con effetto ritardato, potrebbe condizionare pesantemente l’accesso al credito delle imprese e quindi la loro attività. C’è poi il piano nazionale di ripresa e resilienza, che in astratto dovrebbe avere un effetto di ulteriore spinta all’economia, ma che rischia di trasformarsi in un fattore di freno se fossero confermate le difficoltà di attuazione di cui si discute in queste settimane. Anche sul fronte della finanza pubblica ci sono diversi elementi da considerare. Il 2022 è stato caratterizzato da un andamento decisamente brillante delle entrate fiscali, con un incremento complessivo rispetto all’anno precedente che ha sfiorato il 10 per cento. I primi mesi di quest’anno evidenziano un rallentamento della tendenza; e questo – insieme ai maggiori pagamenti per l’Assegno unico e universale e per le pensioni adeguate all’inflazione – ha determinato un vistoso peggioramento del fabbisogno di cassa. In particolare è negativo l’andamento delle imposte sostitutive sulle rendite finanziarie: si tratta ancora di una conseguenza di quanto successo nel 2022, anno tutt’altro che favorevole per i mercati. Anche le accise, in particolare quelle sui prodotti energetici, mostrano una tendenza non brillante. Naturalmente si tratta di una conseguenza del rallentamento dei prezzi, che invece quando erano fuori controllo spingevano anche gli incassi tributari. Restano rosee invece le stime sulle imposte dirette e sui contributi sociali, anche grazie al buon andamento dell’occupazione.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui