Scontri in Val di Susa con 120 agenti feriti, il fallimento del decreto sul fermo preventivo

Disse il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: «Con questo decreto, fatti come quello di Torino non sarebbero stati possibili». Aggiunse il ministro della Giustizia Carlo Nordio: «Vogliamo evitare il ritorno delle Brigate Rosse». Chiosò la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, subito dopo la visita ai due agenti di polizia feriti negli scontri: «Non sarà una misura spot». Era febbraio. Le strade di Torino avevano appena visto violenti scontri tra centri sociali e forze dell’ordine. E il governo, davanti alle telecamere e sui social, presentava il nuovo decreto sicurezza come la risposta destinata a prevenire episodi simili. Non sono passati nemmeno sei mesi. La Val di Susa è tornata a essere teatro di una guerriglia: 120 agenti feriti, centinaia di manifestanti identificati, devastazioni e assalti organizzati. E quel decreto, almeno di fronte a quello che è accaduto sabato, non è servito praticamente a nulla. Grazie alle nuove norme sono state fermate appena due persone per poche ore, mentre il grosso dell’organizzazione è rimasto sostanzialmente intatto. Il paradosso è tutto qui: il governo aveva promesso di prevenire proprio questo tipo di eventi. Invece si è ritrovato a inseguirli quando erano già esplosi.

«Era inevitabile che finisse così. Lo diciamo fin dal primo momento», ragiona Nicola Rossiello, segretario generale del sindacato di polizia Silp Cgil del Piemonte. «Sono strumenti assolutamente inefficaci, che non garantiscono sicurezza ai cittadini né tantomeno agli agenti, costretti a lavorare in condizioni non adeguate». Rossiello dice quello che, in queste ore, sta emergendo anche dalle indagini della procura di Torino, alimentate dal lavoro della Digos e dall’analisi dei primi dispositivi sequestrati alle persone fermate.

Gli scontri della Val di Susa, infatti, non sono stati il frutto di una protesta degenerata all’improvviso. Sono il risultato di un lungo lavoro di preparazione da parte di quella che gli investigatori definiscono ormai una vera e propria “internazionale anarchica”, capace negli ultimi due anni di compiere un salto di qualità organizzativo in tutta Europa. In Piemonte sono arrivati antagonisti francesi, gruppi tedeschi, attivisti olandesi, greci e spagnoli. Nessuno era lì per caso. Come documentano alcune chat sequestrate, l’azione era preparata da mesi e si inseriva in una strategia molto più ampia.

È la stessa strategia che negli ultimi anni ha portato al sabotaggio dell’Alta velocità francese alla vigilia dell’inaugurazione delle Olimpiadi, a una serie di attentati incendiari contro aziende considerate simbolo dell’industria bellica e dei trasporti e ad azioni contro infrastrutture strategiche, a partire dai tralicci dell’energia elettrica. Guardando all’Italia, poi, ci sono due elementi che hanno assunto un forte valore simbolico: la detenzione al 41 bis di Alfredo Cospito, diventata una bandiera della galassia anarchica internazionale, e la morte di Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, il 19 marzo scorso, nell’esplosione di un casale al Parco degli Acquedotti di Roma mentre stavano preparando un ordigno destinato, secondo gli investigatori, a un’azione dimostrativa.

È dentro questo quadro che la procura di Torino sta valutando contestazioni legate al terrorismo. E dalle indagini emerge che gli scontri erano stati pianificati nelle settimane precedenti, dopo sopralluoghi effettuati da gruppi arrivati dall’estero proprio per studiare il territorio e le possibili vie di attacco. La domanda, allora, è un’altra. Se davvero tutto era stato preparato per mesi, perché non è scattato un allarme preventivo? Per quale motivo le polizie straniere non hanno condiviso informazioni sufficienti su ciò che stava maturando? Eppure sono pochi, parliamo di qualche centinaio di persone e sono partiti da tutta Europa contestualmente.

«Lavorare sulla prevenzione significherebbe dare risposte proprio a queste domande», conclude ancora Rossiello. «Siamo di fronte a una destra che parla continuamente di sicurezza ma non riesce a offrire strumenti davvero efficaci. Fa soprattutto annunci. L’esempio più evidente è il reato contro i rave: fu la prima grande riforma del governo Meloni, eppure, nella pratica, è rimasto quasi del tutto inapplicato».

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