di Mario De Michele
Ci sono battaglie civili che si considerano vinte soltanto perché abbiamo imparato a pronunciarne le parole d’ordine. Inclusione. Rispetto. Uguaglianza. Diritti. Un vocabolario rassicurante che sembra aver conquistato definitivamente la coscienza collettiva. Poi basta annunciare una manifestazione dedicata alle persone LGBTQ+ perché quella presunta conquista mostri tutte le sue crepe. Il politically correct può aggiornare il lessico. Non necessariamente la mentalità. L’iniziativa “Cesa Arcobaleno – Pari Orizzonti”, promossa dal Comune, ha suscitato anche critiche e contestazioni. La manifestazione prevista ieri è stata rinviata a causa del maltempo. Ma il brutto tempo è probabilmente la circostanza meno interessante della vicenda. Il temporale culturale era cominciato prima. Perché una parte della comunità dovrebbe considerare controversa un’iniziativa dedicata alla dignità delle persone e al diritto di non essere discriminate per il proprio orientamento sessuale? Quale minaccia si nasconde in una giornata di ascolto e confronto?

Naturalmente criticare un’amministrazione comunale è legittimo. Si possono discutere l’organizzazione di un evento, l’opportunità di una scelta e l’impiego delle risorse pubbliche. Ma quando la contestazione investe il fatto stesso che un Comune promuova una riflessione sui diritti delle persone omosessuali il discorso cambia. Perché una cosa è contestare come si organizza una manifestazione. Un’altra è contestare che certe persone meritino una manifestazione. Non tutte le critiche nascono da un pregiudizio. Ma quelle che mettono in discussione la legittimità stessa di parlare di pari dignità rivelano quanto sia ancora fragile la cultura dell’inclusione. Ed ecco il paradosso: un’iniziativa pensata per contrastare le discriminazioni finisce per dimostrare, attraverso alcune reazioni, quanto siano ancora radicate. La manifestazione non è stata ancora celebrata. Eppure ha già fornito una delle ragioni più convincenti della propria necessità.

Sopravvive una singolare concezione della libertà: la si rivendica con passione per sé stessi e la si concede con parsimonia agli altri. Una libertà a geometria variabile. Universale nei proclami, selettiva nell’applicazione. E la tolleranza, da sola, non basta. Tollerare significa spesso sopportare ciò che non si condivide. Riconoscere significa accettare che la dignità di una persona non dipenda dalla nostra approvazione. Ubi societas, ibi ius: dove esiste una società esiste il diritto. Ma una comunità non diventa giusta soltanto perché possiede un ordinamento giuridico. Lo diventa quando i principi proclamati dalle leggi entrano nei comportamenti quotidiani. È più facile modificare una legge che sradicare un pregiudizio. Il vero cultural gap attraversa anche chi si dichiara moderno e rispettoso salvo poi arretrare quando la diversità assume il volto concreto di un vicino di casa.

L’inclusione non è un’operazione di conversione. Non pretende di cambiare le convinzioni private. Pretende che quelle convinzioni non diventino il pretesto per negare la dignità pubblica degli altri. Una società democratica non impone un’unica idea di famiglia o una medesima concezione morale. Chiede però di non trasformare le proprie convinzioni in un criterio universale per giudicare la vita altrui. La libertà di coscienza è un diritto. Non è un lasciapassare per la discriminazione. In dubio pro libertate. Non soltanto della propria. E anche le istituzioni locali hanno una responsabilità culturale. Un’amministrazione comunale non si occupa soltanto di strade e manutenzione. Governa uno spazio collettivo nel quale si formano relazioni e modelli di convivenza. Ciò non significa attribuire all’amministrazione Guida una patente di merito per il semplice sostegno all’iniziativa. Il valore dell’impegno si misura nella continuità e nei risultati. Una giornata pubblica non sostituisce un percorso educativo. L’inclusione non si misura con i post o con lo storytelling istituzionale.

Ma sarebbe altrettanto miope trasformare il sostegno del Comune in un capo d’accusa politico. Perché se persino la promozione del rispetto diventa materia di sospetto allora il problema non è l’agenda dell’amministrazione. È l’agenda culturale di chi considera ancora divisivo un principio elementare della convivenza. Una società civile non è quella nella quale tutti si somigliano. È quella nella quale nessuno deve chiedere scusa per essere diverso. Anche perché la diversità è una caratteristica intrinseca della condizione umana: ogni individuo è, per sua stessa natura, diverso da tutti gli altri.

“Cesa Arcobaleno” non dovrebbe dunque esaurirsi nella conta dei favorevoli e dei contrari. Non servono professioni di fede progressista né indignazioni confezionate per i social. Serve la disponibilità a mettere in discussione convinzioni scambiate per verità indiscutibili soltanto perché tramandate nel tempo. Altrimenti il rispetto diventa window dressing: una bella facciata dietro la quale nulla cambia. Il maltempo ha rinviato la manifestazione. Si troverà un’altra data. Perché gli arcobaleni arrivano dopo la pioggia. A dispetto di chi continua a preferire il grigiore dei propri pregiudizi.





