di Mario De Michele
Comunque andrà, la campagna elettorale del 2026 ha scritto una delle peggiori pagine politiche della storia di Cesa. Chiunque vincerà, le amministrative del 24 e 25 maggio di quest’anno saranno ricordate per la violazione sistematica delle norme sulla par condicio. Al netto del risultato delle urne, nei 30 giorni antecedenti al voto sono state calpestate tutte le regole elementari per un confronto davvero democratico e soprattutto rispettoso della legge e dei cittadini. Enzo Guida resterà nella storia di Cesa per aver ridotto a carta straccia sia i precetti normativi che le consuetudini politiche. Il sindaco uscente sarà ricordato per l’inaugurazione del Parco della Legalità, espressamente vietata dalla legge n. 28/2000, per aver approvato una delibera di giunta in piena campagna elettorale nel tentativo di raggirare i 96 tirocinanti dei progetti GOL promossi dalla Provincia, ridotti a fucina di voti, per aver tenuto il comizio di chiusura in concomitanza e lontano dalla piazza principale del paese, caso unico nelle comunali di Cesa, che impedito agli elettori di ascoltare le proposte delle due liste in campo. E, ciliegina su una torta avvelenata, per aver violato addirittura il silenzio elettorale.

IL PENSIERO UNICO
Il Guida style si è manifestato con tutta la sua forza e il suo drammatico candore: qui comando io e le regole le faccio io. Un modus operandi emerso via via con sempre maggiore evidenza durante i suoi ultimi 11 anni di sindacatura. Un approccio politico-amministrativo-istituzionale che ha eroso, come un fiume carsico, gli spazi democratici e partecipativi trasformando Cesa in una sorta di comune a statuto speciale, in un comune a sua immagine e somiglianza, in un comune che dal suo avvento al potere ha vissuto un devastante “anno zero”, condito dalla narrazione secondo cui prima di lui ci sarebbe stato il nulla e dopo di lui non ci sarebbe futuro. Un brodo di coltura pseudo-politico imperniato sul “pensiero unico” e sulla delegittimazione costante e con ogni mezzo degli avversari e di chi non fa parte del cerchio tragico.

PARENTOPOLI E GIORNALISMO
In circa un decennio Guida ha riscritto anche la terminologia amministrativa e istituzionale. Un mutamento orwelliano del linguaggio politico grazie al quale pure le peggiori “atrocità”, come ad esempio le assunzioni di parenti strettissimi dei governanti grazie ai concorsi comunali e gli incarichi diretti in gran parte illegittimi ai familiari degli amministratori locali e ai politici organici alla maggioranza, sono stati fatti passare come “cose belle”. Un ribaltamento della realtà nel quale i lavori abusivi di piazza De Michele, effettuati e poi sospesi perché senza l’autorizzazione della Soprintendenza, come prescrive la legge, sarebbero colpa dei “nemici di Cesa”. Un capovolgimento della verità che vorrebbe far passare i giornalisti liberi e indipendenti come “di riferimento degli avversari” (uno in particolare è diventato una vera ossessione) e quelli che sono suoi soci in affari, come Francesco Paolo Legnante, direttore di Atella News, come “non faziosi” (foto in basso).

I CERCHI TRAGICI
L’apogeo del Guida style è rappresentato dalla cacciata dall’assise dei consiglieri di opposizione Ernesto Ferrante, Carmine Alma, Amelia Bortone e Paola Verde. Come motivazione di facciata è stata utilizzata quella dell’assenteismo, roba da burocrazia hitleriana o staliniana. L’universo mondo sa che quattro eletti dal popolo di Uniti per Cesa sono stati liquidati perché hanno denunciato la schifezza dei concorsi e si sono opposti alle scelte della maggioranza come da mandato elettorale. L’operazione “annientamento dell’opposizione” presupponeva un altro piano strategico: cooptare i consiglieri subentrati a quelli silurati. Non a caso gli esponenti della finta minoranza si sono poi candidati con la lista di Guida. E un altro cerchio tragico si è chiuso. Oggi, alla vigilia del voto, il leader di Solo Cose Belle ha infranto un’altra regola, quella perentoria del silenzio elettorale (post in basso). Lo ha fatto per riproporre un altro suo must: il vittimismo in salsa cesana, l’unica città al mondo in cui chi comanda sarebbe alla mercè di chi non detiene il potere. I carnefici sono dipinti come vittime e le vittime diventano carnefici. Al cospetto di Guida il buon Orwell fa la figura del dilettante. Neppure l’autore dei celebri “1984” e de “La fattoria degli animali” è stato in grado di mostrare la pervasività mistificatoria del linguaggio dei sistemi di potere.

LO SCIVOLONE DI MIGLIACCIO
La violazione del silenzio elettorale di Guida ha costretto Giuseppe Fiorillo ha fare altrettanto (post in basso). A dimostrazione del fatto che se vengono riscritte regole illegittime il confronto politico si snoda per forza sul terreno dell’illegittimità. Un altro effetto devastante di un sistema allergico al confronto democratico e al rispetto delle normative. “Mutatis mutandis”, ritornano alla mente le leggi “ad personam” di Berlusconi. Nel mondo all’incontrario ci sono puritani e puritane che gridano allo scandalo perché durante il comizio di ieri sera di Cesa in Comune Gina Migliaccio ha accusato il vicesindaco Giusy Guarino di “non avere spina dorsale” e di aver occupato posti amministrativi di primo piano “non per le sue capacità ma perché ha sempre alzato le manine e a volte anche le gambine” pur di far carriera. Un’espressione inappropriata e fuori dai binari della civiltà politica, non c’è dubbio, dovuta probabilmente alla vis oratoria. Ma il vero senso delle parole della consigliera uscente è stato colto da tutti coloro i quali credono davvero nel merito e nel ruolo delle donne nella vita pubblica. Migliaccio non ha detto altro che nei posti nevralgici ci devono essere uomini e donne di valore, persone che lavorano per il bene collettivo e che hanno la forza politica e amministrativa di non abbassare la testa davanti all’uomo solo al comando. Altrimenti le donne si condannano da sole a essere subalterne ai maschi.

UOMINI E DONNE, GIOVANI E VECCHI
Accantonando il “caso” Guarino, il punto cruciale posto da Migliaccio è un altro ed è assolutamente condivisibile: se è sacrosanto che gli uomini non devono ricoprire incarichi importanti in quanto uomini, in virtù di un anacronistico lascito patriarcale, è altrettanto inconfutabile che le donne non debbano svolgere ruoli di prestigio soltanto in quanto donne. L’ex assessore ha messo a tema una questione seria e spesso glissata, quella della meritocrazia, che non ha sesso e non ha età. Il ragionamento di Migliaccio si attaglia perfettamente alla propaganda pro-giovani. Siamo tutti d’accordo nel dire “largo ai giovani”. Dovremmo però aggiungere: “a quelli meritevoli e capaci”. Essere giovani non è un valore in sé, se non anagrafico. Se in politica si fa spazio a giovani peggiori dei vecchi che senso ha? Si ottiene il risultato di peggiorare la classe dirigente. Ci sono giovani che intendono la cosa pubblica come un taxi per fare carriera e soldi. E ci sono giovani che sono validi e possono dare un contributo alla crescita del territorio. In questo solco va inserita la riflessione di Migliaccio sulle donne. Appartenere al sesso femminile non è di per sé un valore assoluto. Vale nella politica e vale nella vita.
IL POST DI ENZO GUIDA

IL POST DI GIUSEPPE FIORILLO
LO STUDIO ASSOCIATO GUIDA-LEGNANTE






