Si scava su chat e messaggi contenuti nei telefonini del giornalista Luigi “Luca” Esposito, il cui cadavere fu trovato domenica 19 nelle campagne di contrada Cioffi ad Eboli, e di Ridha Rahmouni, il cittadino tunisino 26enne reo confesso dell’omicidio. La Procura della Repubblica di Salerno, guidata da Raffaele Cantone, ha conferito incarico affinché si proceda all’accertamento tecnico sui telefoni sequestrati. Sarà realizzata una copia forense e successivamente e analizzati i contenuti estrapolati.
L’obiettivo e acquisire nuovi dati investigativi di interesse soprattutto per chiarire il movente che ha portato alla morte del giornalista, picchiato ferocemente e bruciato quando era ancora vivo. La polizia giudiziaria ha chiesto un termine di 120 giorni per l’espletamento dell’incarico e ha chiesto la nomina di un interprete di lingua araba per l’analisi delle chat dell’indagato. Al momento non è stata disposta la restituzione della salma, quindi non è stata indicata una data per i funerali. Il gip Giandomenico D’Agostino ha disposto il carcere per il 26enne con la contestazione di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dalla premeditazione, nonché dalla soppressione di cadavere. Con queste aggravanti rischia la condanna all’ergastolo.
“Gli volevo dare una lezione perché ci distoglieva dalla religione, ma non volevo ucciderlo”, ha detto il cittadino tunisino reo confesso dell’omicidio del 53enne giornalista sportivo durante l’interrogatorio di garanzia, svoltosi lunedì nel carcere di Salerno. Nella prima confessione, subito dopo l’arresto, avvenuto sabato in un casolare abbandonato a Eboli, Rahmouni aveva detto di aver teso una sorta di agguato e aver ucciso il giornalista nella zona agricola in località Cioffi, un’area nota da tempo perché luogo di prostituzione. Lunedì davanti al gip, invece, ha raccontato di una lite degenerata e negato l’intenzione di voler ammazzare il cronista. La perizia sui cellulari potrebbe chiarire se il reo confesso ha avuto dei complici o, come emerso dalla prima parte delle indagini, e da quello che ha dichiarato, ha agito da solo.
Alla domanda sul perché abbia deciso di bruciare il corpo di Esposito, Rahmouni non ha dato una risposta. «Credevo fosse morto», si è limitato a ripetere con l’ausilio di un interprete. Sul presunto movente, il tunisino, già destinatario di un provvedimento di espulsione, ha ribadito le motivazioni religiose legate al divieto per un musulmano di avere rapporti omosessuali. L’agguato sarebbe scattato, così ha sostenuto il reo confesso, perché il giornalista avrebbe con insistenza insidiato sessualmente lui e altri stranieri. Parole, però, pronunciate da un uomo accusato di un omicidio crudele che sa di dover andare in galera contro una vittima che non può replicare. E non si può escludere che Rahmouni stia costruendo una tesi difensiva che potrebbe aiutarlo nella convivenza forzata con gli altri detenuti.
Sul movente indagano i carabinieri coordinati dal pm Alessandro Di Vico della procura di Salerno guidata da Raffaele Cantone. Tante le anomalie. Se l’omicidio aveva come motivazione la religione perché Rahmouni ha rubato al cronista la carta prepagata, il cellulare e un anello? Inoltre, è appurato che tra i due ci sono stati numerosi contatti fin da giugno scorso e che Esposito si è presentato senza alcun timore in contrada Cioffi tanto che non si è neanche difeso dall’aggressione in quella che a sentire il reo-confesso è stata una sorta di trappola.





